sabato 16 luglio 2011

IL TAPIS ROULANT

E’ arrivato il momento dell’Italia. Il suo debito ormai esorbitante, ha necessariamente bisogno di un correttivo altrimenti il sistema va in default. Proprio in queste ore si sta approntando una pesantissima manovra economica che, nel migliore dei casi, renderà molti italiani ancora più poveri e frustrati di fronte ad un sistema che sembra voglia solo vessarli e renderli inadeguati. Con tutta probabilità, molti imprecheranno verso l’insensibilità e l’egoismo di coloro che presumibilmente riterranno responsabili del loro malessere e delle loro continue rinunce, ma poi, con un impareggiabile senso di rassegnazione e dignità, ricominceranno a guardare alla loro vita cercando di tenere a bada quell’incubo onnipresente di perenne scarsità.


Eppure anche se può sembrare strano, la colpa di quanto avviene, solo in parte può addossarsi a qualche soggetto in modo specifico. In realtà l’intera economia “moderna” è strutturata come un grande piano inclinato dal quale ogni singola ricchezza che viene creata, è destinata a scivolare via inesorabilmente verso un punto più in basso. Si tratta di uno squilibrio creato ad hoc in modo da poter approfittare all’occorrenza di risorse produttive a basso costo. Quando poi un’area è stata sufficientemente sfruttata e quel mercato non garantisce più alti profitti, quella stessa area viene abbandonata a se stessa per altri nuovi luoghi da sfruttare.

Questi squilibri sistemici sono creati semplicemente attraverso il debito infinito e la scarsità artificiale che si crea grazie all’utilizzo del denaro reso anch’esso artificialmente scarso.

In questo modo il sistema monetario basato sulla moneta-debito, si trasforma in un tapis roulant sul quale è necessario correre incessantemente e freneticamente per inseguire una crescita perpetua malgrado la qualità della vita in media rimanga stagnante. Ciò significa che, per rimanere allo stesso posto di partenza, il costo del denaro (o tasso d’interesse) deve determinare il tasso medio di crescita economica. Una crescita ormai esasperata che sta esaurendo tutte le risorse del nostro pianeta.

Competizione e crescita sono quindi ingredienti indispensabili per rimanere saldi sul tapis roulant e a poco serve imprecare contro qualcuno se le nostre vite perdono ogni giorno momenti preziosi della loro esistenza. Nessuno può ascoltarci perché tutti sono concentrati a reperire con sempre maggior fatica la propria dose di interessi da dare al sistema.

Finché si continuerà ad ascoltare questa sirena non c’è via di scampo, ma se solo provassimo a fermarci su quel tapis roulant, il castello di carte crollerebbe immediatamente e a nulla servirebbero i continui appelli alla crescita e alla competitività da parte di questa o quella autorità.


Milano 14/07/2011

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venerdì 20 maggio 2011

INESORABILE DESTINO

Oggi l’umanità si trova ad un nuovo giro di boa e nel mezzo di un altro grande sconvolgimento sociale.

La prima grande trasformazione avvenne intorno al XVIII secolo, quando a seguito della recinzione delle terre in Inghilterra e l’annullamento del sistema del sussidio ai poveri (Speenhamland), si creò, in linea col nascente pensiero liberale, il “mercato” del lavoro destinato a servire l’industria e la nuova società mercantile.
Motore di quel cambiamento fu oltretutto la pratica del prestito ad interesse che, fino al XVI secolo, sia per motivi religiosi che legali veniva severamente proibita in tutte le società occidentali.. Quando poi il denaro iniziò ad essere creato anche dalle banche attraverso il debito, gli effetti sulla società furono, e lo sono ancora oggi, pervasivi e molto forti. L’applicazione dell’interesse generò tre conseguenze fondamentali sulla società: incoraggiò la competizione, impose il bisogno continuo di crescita economica e trasferì il denaro da una moltitudine di soggetti a una piccola minoranza.

Queste conseguenze spinsero la civiltà all’interno della cosiddetta rivoluzione industriale cambiando radicalmente la vita di moltissime persone.

Oggi, il sistema monetario basato su quella antica pratica, nonostante la storia lo abbia già giudicato obsoleto e per nulla adatto alle odierne civiltà, continua ad esistere e resistere ignorando e/o svilendo, tutte quelle voci che ne invocano la sua trasformazione.

Viviamo (purtroppo) un tempo in cui i popoli sembrano essere diventati quasi superflui e gli stati, privati delle loro prerogative di sovranità, non possono sviluppare nessuna politica seria ed efficace di redistribuzione della ricchezza. Assistiamo ad una polarizzazione della società dove una ristrettissima oligarchia diventa sempre più ricca a scapito anche di una classe media che viene per questo sempre più annullata.

Una volta era il lavoro che serviva a creare il denaro utile a vivere, oggi invece il lavoro ha un ruolo del tutto marginale perché è il denaro che crea altro denaro e con esso quel potere illimitato con il quale acquista gli uomini e la loro libertà.

E’ il trionfo del mercato delle multinazionali e della finanza globale, creativa, derivata e quanto mai speculativa. Ogni diritto o conquista sociale non ha più valore perché esiste solo il consumo obbligato, omologato e velato da una finta libera concorrenza

Eppure se i popoli, attraverso i loro stati sovrani, si riappropriassero della loro legittima sovranità monetaria, forse potrebbero ancora cambiare il corso di questo tempo e vincere questo inesorabile destino.

Ma questa, è solo una modesta opinione.

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martedì 29 marzo 2011

OLTRE IL CAPITALISMO E LA BRAMOSIA DEL CAPITALE

Da quando è venuta meno la competizione con il sistema comunista, il capitalismo, sembra essere rimasto l’unico riferimento possibile per immaginare la vita e il futuro delle persone. Forse l’unica vera novità che lo ha caratterizzato dagli anni novanta in poi, è stata quella della sostituzione del suo nome con il termine più accomodante e più “democratico” di economia di mercato. Nonostante i fiumi di libri scritti e la forte dialettica che lo ha sempre caratterizzato, oggi il capitalismo sembra però quasi trovarsi in presenza di una sua progressiva accettazione anche se, il sentimento che in realtà qualcosa non funzioni, si fa sempre più diffuso.
Fasce sempre più ampie di popolazione infatti, sentono di essere ormai in un vicolo cieco; dove parole come sviluppo, politica economica, globalizzazione, suonano come vuote e senza alcun significato, di fronte alle crescenti difficoltà nell’ affrontare la vita.

Considerare il capitalismo da un’ottica strettamente antropologica permette di coglierne l’essenza e capirne sempre più la sua realtà. Una realtà che al di là delle parole nuove che di volta in volta si coniano per tradurlo in qualcosa di più attuale e di adeguato ai tempi, in sostanza racconta da circa trecento anni, sempre la stessa identica storia fatta di sfruttamento, diseguaglianza, abuso, cinismo, egoismo.

Tuttavia anche se la sua genesi è da ricondurre ad usura e guerre, oggi lo stesso capitalismo grazie alle sue conoscenze, alle sue tecniche produttive e alle sue capacità tecnologiche, consente all’umanità, almeno teoricamente, di provvedere in brevissimo tempo alla domanda di alimenti, vestiario, alloggi, istruzione, sanità per tutti gli abitanti del pianeta. Nonostante però esso rappresenti un’economia di sovrabbondanza e sprechi, gran parte della popolazione o sopravvive o vive male nell’indigenza e nella malattia.

Allora è più che lecito domandarsi se tale modello economico sia ancora perseguibile o se invece non sia il caso di pensare a qualcosa di alternativo che, superando il problema del bisogno economico, eviti di pervadere in maniera devastante anche gli altri ambiti della vita umana, superando di fatto l’effimera promessa di una felicità a pagamento.

Come ha egregiamente scritto Geminello Alvi nel suo libro “Il Secolo Americano - 1996”, il superamento del capitalismo non è un problema economico o giuridico, ma semplicemente solo spirituale. Esso: “ è opera di distinzione tra quanto deve essere inventato, prodotto e commercializzato così da soddisfare le necessità dell’economia sostanziale, e quanto invece è di più, ossia acquisto di felicità, promessa di agio, scorciatoia, seduzione spirituale”.

Superare il capitalismo significa superare l’idea e la bramosia del capitale che seduce tutti incondizionatamente. Solo in questo modo è possibile pensare a strade alternative e ad una sua trasmutazione come quella già proposta in passato da uomini come Silvio Gesell, Rudolf Steiner o Karl Polanyi . Nelle loro idee è possibile scoprire un denaro che non si accumula, dove l’economico è solo uno dei campi della vita umana e la terra, il lavoro e la moneta non possono e non devono essere considerati alla stessa stregua di semplici merci.

Anche questa un’utopia? Probabilmente si, ma resa tale solo dall’incapacità dell’uomo di provare a immaginarla concretamente e con l’ aggravante che non è più possibile aspettare altri trecento anni visto che è in ballo il salto della specie.

Milano 27 marzo 2011

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mercoledì 9 marzo 2011

IL VERO VOLTO DELL'EUROPA

Oggi assistiamo alla triste realtà di un’Europa voluta principalmente da una aristocrazia venale di banchieri che, attraverso un modello economico libero-mercatista e basato sul falso dogma della moneta come risorsa scarsa, sta distruggendo le nazioni e costringendo i popoli a omogeneizzarsi. Personalmente ritengo tutto ciò un’imposizione per nulla democratica (a parte qualche sporadico referendum dove peraltro si è votato contro) che calpesta sia l’indipendenza che ogni singola lingua e identità europea.


Il vero volto della tanto decantata e certamente poco discussa Europa, l’abbiamo visto qualche settimana fa quando, alla proposta di emettere “Eurobond”, ovvero di un debito pubblico comune ai paesi dell’Eurozona (passando così ad una vera moneta unica anziché all’insieme di parità fisse quale ancora oggi è), la Germania ha con determinazione risposto di no sapendo benissimo che questo avrebbe comportato una maggiore solidarietà nei confronti degli altri paesi membri più deboli che sono così, a causa del debito, inesorabilmente destinati al declino.

Nel frattempo la geopolitica internazionale sta cambiando radicalmente i suoi scenari: il secolo americano si sta ormai avviando alla conclusione esattamente come avvenne all’Inghilterra coloniale e la Cina già si prepara ad occupare la scena economica mondiale.

Un “rivoluzione” senza militari ma secondo logiche ben definite, dove i vari Club manovratori degli imperi e delle monete, sanno già di poter trovare nuova linfa vitale.

sabato 5 febbraio 2011

Debito, Moneta e Inflazione: Una soluzione a portata di mano

Con l’inizio del nuovo anno negli ambienti della politica sembra cominci a circolare la voce dell’introduzione di una tassa patrimoniale per ridurre l’ormai mostruoso debito pubblico italiano. Già in passato questa soluzione era stata adottata dal Governo Amato che con l’ennesima promessa di rimettere i conti in ordine, aveva spinto gli italiani a sacrificarsi nella prospettiva di un maggior benessere futuro. Sempre in questa ottica poi, rafforzata anche dall’emergenza, i cittadini si sono dovuti ancora spremere per salvare il sistema bancario da un disastro economico-finanziario dettato da una loro incauta e spavalda attività operativa.

Se pertanto siamo ancora qui a parlare di patrimoniale è evidente che lo strumento non solo non ha funzionato, ma come può facilmente notare un qualsiasi uomo della strada dotato di buon senso, rappresenta solo la solita minestra fino al prossimo sacrificio.

Oltretutto si dimentica spesso di dire che, a causa di un sistema economico ingessato, i sacrifici sono ormai la quotidianità e questo rende ancora più vere e drammatiche le parole di Keynes quando affermava che nel lungo periodo siamo tutti morti.

Il debito pubblico, come ho già avuto modo di scrivere, è in realtà inestinguibile a causa del suo stesso meccanismo che lo genera. Esso non consente al paese di liberare le sue energie migliori e lo tiene stretto in una morsa che giorno dopo giorno si fa sempre più asfissiante.

Uno Stato che operasse per un “bene comune” che garantisca, la vita, la libertà e il perseguimento della felicità per il suo popolo, attraverso l’esercizio della sua piena e legittima sovranità monetaria, non avrebbe bisogno di indebitarsi verso banche private. Esso potrebbe emettere, semplicemente stampando, tutta la moneta di cui ha bisogno. Fino a quando esistono lavoratori disoccupati e strutture di produzione inattive come in questo periodo, il nuovo denaro può aggiungersi alle scorte senza che i prezzi subiscano variazioni significative. L’inflazione si genera solo quando la domanda di maggior denaro aumenta più velocemente della fornitura di beni e servizi. Ecco perché, se il denaro è usato opportunamente per investimenti produttivi, l’inflazione non può generarsi.

Purtroppo fino ad oggi il denaro creato (o alleggerimento quantitativo come più comunemente viene definito) è servito solo per sanare i bilanci bancari senza entrare per questo nell’economia produttiva.

Quindi in una situazione fortemente deflativa come quella italiana, sommata all’enorme debito pubblico, è veramente difficile pensare di poter far risalire il PIL ad un livello dignitoso. Anche perché, nell’attuale vortice della globalizzazione dove tutti gli stati vogliono esportare, non si capisce chi sono gli importatori che consentiranno a quest’ultimo di crescere. Inoltre non è neanche possibile pensare che la domanda interna possa supplire alla mancanza di esportazioni, dato che è già logorata da un’elevata pressione fiscale, dai tagli alla spesa pubblica e da redditi sempre più bassi e precari. Una ulteriore spremitura può solo aggravare la deflazione e con essa lo stato d’animo degli italiani.

Allora ci dobbiamo solo rimettere alla bontà della BCE sperando che magari segua, prima o poi, il consiglio di Keynes che, in casi estremi, suggeriva di far scavare delle buche nel terreno per nascondere del denaro e fare in modo che successivamente, la gente potesse ritrovarlo per spenderlo.

Oppure, facendo riferimento alla battuta di un altro economista molto più in sintonia col modo di operare delle banche centrali, Milton Friedman, si potrebbe pensare di arrivare con gli elicotteri e buttare giù quanto più denaro possibile.

Sperando almeno che lo si faccia in una giornata poco ventosa, potrebbe forse rappresentare la vera soluzione alla crisi.

3 febbraio 2011

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sabato 18 dicembre 2010

QUELLO CHE I POLITICI DOVREBBERO SAPERE

Ci stiamo ormai avviando alla chiusura di questo tormentato 2010 e anche quest’anno purtroppo il bilancio non può certo giudicarsi positivo. Nonostante i tiepidi tentativi da parte della stampa accreditata di diffondere qualche speranza di ripresa della nostra economia, abbiamo dovuto assistere impotenti ad un peggioramento della situazione macroeconomica.

Se qualcuno tuttavia si era illuso che almeno la nostra politica fosse in grado di lenire questa pesante situazione con interventi responsabili e non semplicemente demagogici e di facciata, purtroppo oggi deve constatare che la nostra Italia si trova a navigare in un mare impetuoso priva di un nocchiero tenace e determinato nel volerla sottrarre veramente agli abissi.

La speranza allora di riuscire a navigare in acque più tranquille la si rimanda all’anno nuovo con la solita illusione che qualcosa e/o qualcuno possa cambiare in qualche modo la storia.

Magari si penserà che dovendo festeggiare 150 anni della sua “navigazione unitaria” sia arrivato il momento di sottrarla alle onde e riportarla nel porto dove fare quei necessari interventi di ristrutturazione che le consentiranno di solcare nuovamente gli oceani.

Se questa fosse l’idea, allora è il caso di far sapere ai “politici ristrutturatori ” della nave, dove si nascondo le ammaccature più insidiose per evitare che passino inosservate:

Utopie

E’ ormai finito il tempo delle utopie ideologiche. Il comunismo come il fascismo hanno per fortuna concluso la loro portata storica.

Mercato e concorrenza

Non è possibile pensare di ridurre ogni campo della vita umana a solo atto mercantile.

Il concetto di mercato concorrenziale così come ci arriva dalla tradizione, rimanda ad aziende sostanzialmente piccole. La concorrenza perfetta è rimasta solo una mera teorizzazione accademica. Oggi chi fa da padrone sono le multinazionali e il sistema bancario e finanziario.

Come ha dimostrato autorevolmente ormai da tantissimi anni Piero Sraffa anche agli accademici di Cambridge, la teoria marginalista è inconstistente. L’idea di un mercato autoregolato appartiene alle utopie.

Privatizzazioni

Non si può pensare di privatizzare tutto, solo gli stupidi possono pensare a frasi del genere “meno stato e più mercato”. Lo Stato di una Nazione deve avere comunque un ruolo regolatore nel sistema economico-sociale. Esso deve essere garante del benessere sociale e non va confuso acriticamente con uno Stato assistenziale.

Scarsità delle risorse finanziarie

La limitatezza delle risorse monetarie e finanziarie è una mistificazione. Non esistono limiti alla creazione di mezzi finanziari a patto che, gli stessi, siano investiti produttivamente per creare ricchezza, solo in questo modo non si genera inflazione ed è possibile creare lavoro, sviluppo e benessere per tutti.

Banche e Banche Centrali

Il sistema bancario rappresenta la grande “onda anomala” in grado di abissare qualunque nave di qualunque stazza e portata. Il loro potere di creare denaro dal nulla è uno dei più grandi problemi da risolvere se si vuole sperare ancora di navigare con serenità. In una economia creditizia la creazione di moneta è endogena e non esogena al sistema. Bisognerebbe limitare il denaro da destinare alla speculazione rispetto a quello rivolto agli investimenti produttivi.

Banca d’Italia

Si tratta di un conflitto di interessi di gran lunga più grande di quello solitamente noto a tutti. La Banca d’Italia è di fatto una struttura privata controllata da coloro che dovrebbe in realtà controllare. Una vera Democrazia dovrebbe vigilare seriamente su questi rapporti.

Globalizzazione

La globalizzazione così com’è serve solo ad impoverirci. Infatti essa fa leva solo ed esclusivamente sulla competizione dei prezzi e sull’esportazione e non tiene conto dello sviluppo e della soddisfazione della domanda interna agli Stati. Le Istituzioni Internazionali che la governano, dovrebbero seriamente e onestamente rivedere il loro operato.

PIL

E’ un indicatore che non serve a misurare il benessere di una collettività. Va ripensato anche in funzione di una economia più sostenibile e maggiormente focalizzata sulle persone e sulla loro vita. A cosa serve avere un'alta percentuale di PIL se poi si sprofonda nella spazzatura, nel crimine, nell’inquinamento, in città fatiscenti, in scuole che cadono a pezzi, nella mancanza di servizi sociali...etc.etc.

Unione Europea

Il trattato di Maastricht non è il Vangelo e quindi può essere rivisto in alcune sue parti essenziali. L’Euro, rappresenta una risposta fatua ai problemi economici e monetari dei paesi europei. Siamo di fronte ad una riaffermazione di un liberismo economico che confonde l’iniziativa privata con la salvaguardia ad oltranza di posizioni privilegiate.

Ora non resta che aspettare come sempre l’anno nuovo e sperare che tutti i politici siano più attenti e concentrati e che nel frattempo, il mare si calmi e la nave continui a reggere.

Milano 15/12/ 2010


Bibliografia utile:

SMITH, ADAM, Teoria dei sentimenti Morali, BUR 1995
SMITH, ADAM, La ricchezza delle Nazioni, UTET
KEYNES, JOHN MAYNARD, Esortazioni e Profezie, Il Saggiatore 1983
GALBRAITH, JOHN KENNET, L’Economia e l’Interesse Pubblico, Mondadori 1974
GALBRAITH, JOHN KENNET, L’Economia della Truffa, Rizzoli 2004
GALBRAITH, JOHN KENNET, Soldi, Mondadori 1997
STIGLITZ, E. JOSEPH, La Globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi 2002
STIGLITZ, E. JOSEPH, La Globalizzazione che funzione, Einaudi 2006
ALVI, GEMINELLO, Le Seduzioni Economiche di Faust, Adelphi 1989
POLANYI, KARL, La Grande Trasformazione, Einaudi 2000
STEINER, RUDOLF , Filosofia della libertà, Editrice Antroposofica, ed. italiana  2003
SRAFFA, PIERO, Produzione di Merci a Mezzo di Merci, Einaudi 1960
CAFFE’, FEDERICO, Lezioni di Politica Economica, Bollati Boringhieri, 1978
GALLONI, NINO, Struttura dell’Economia e Prospettive della Politica Economica, Ed. Studium
GALLONI, NINO e DELLA LUNA MARCO, La Moneta Copernicana, Nexus edizioni, 2008
GALLONI, NINO, Il Grande Mutuo, Editori Riuniti 2007
FINI, MASSIMO, Il Denaro Sterco del Demonio, Marsilio Saggi, quarta ed. 2008
FINI, MASSIMO, Sudditi, Marsilio 2004
NIALL, FERGUSON, Ascesa e declino del denaro, Mondadori 2009
LE GOFF, JACQUES, Lo Sterco del Diavolo, il Denaro nel Medioevo, Laterza, 2010
DE BIASE, LUCA, Economia Della Felicità, Feltrinelli, 2007
PERKINS, JOHN, Confessioni di un sicario dell’Economia, Minimum fax 2005
MAGLI, IDA, Per una rivoluzione italiana, Baldini&Castoldi 1996
MAGLI, IDA, La Dittatura Europea, BUR 2010
DELLA LUNA, MARCO e MICLAVEZ, ANTONIO, Euroschiavi, Arianna Editrice 2007
LANNUTTI, ELIO, La Repubblica delle Banche, Arianna Editrice 2008

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lunedì 22 novembre 2010

CHI PORTERA’ I FIORI A KIRCHNER?

Qualche settimana fa è morto improvvisamente per un infarto Néstor kirchner ex -presidente argentino e futuro candidato alle elezioni dell’anno prossimo.

Nonostante si tratti della morte di un ex Capo di Stato, immagino tuttavia che sulla sua tomba, non sarà mai posato un fiore di qualche uomo d’affari.

Il motivo è molto semplice. Kichner salito alla presidenza del suo paese nel 2003, si trovò a dover gestire una situazione a dir poco catastrofica.

L’Argentina fino al 2001, data del suo storico tracollo economico, era stato un paese dell’America Latina votato più di ogni altro, al modello neoliberista. La conseguenza più immediata di ciò, fu una serie di politiche economiche volte a far crollare rapidamente le barriere commerciali e finanziarie, a privatizzare buona parte delle imprese pubbliche e non ultima, in una chiave di globalizzazione e di efficienza economica, l’ancoraggio del pesos al dollaro.

Ovviamente tutte queste misure furono fatte con il benestare del Fondo Monetario Internazionale che vide di buon grado anche la “dollarizzazione” di quella economia.
Con l’inizio del nuovo millennio però queste “brillanti” politiche economiche mostrarono l’altra faccia della medaglia. Ovvero un paese in bancarotta con un debito vicino ai 100 miliardi di dollari, una disoccupazione del 21,5% e il 53% degli argentini al di sotto della soglia di povertà.

E’ In questo scenario non certo idilliaco che fa la sua comparsa Kirchner. Con la presa del potere il neo-presidente si trovò nella delicatissima posizione di chi doveva scegliere fra il dare priorità nel saldare i creditori o concentrarsi sulla ripresa economica del suo paese. In due parole o il debito o la rinascita.
Kirchner optò per una via di mezzo dicendo ai creditori dei titoli argentini che questi ultimi sarebbero stati rimborsati solo con un forte sconto sul loro valore.

I molti possessori di quei titoli a quel punto fecero la voce grossa e invocarono anche l’intervento del FMI. Nonostante ciò, Kirchner fu perentorio ribadendo che quella era l’unica possibilità rimasta ai creditori. Lui infatti per pagare i debiti non avrebbe tassato ulteriormente gli argentini che versavano in una povertà assoluta. Oltretutto invitò i creditori a visitare con i loro occhi i quartieri poveri del paese.

Di fronte a questa determinazione l’unica cosa di buon senso da fare fu cedere alle sue condizioni.
Oggi tutti sanno come è andata a finire. Molti istituti finanziari internazionali (tra cui anche italiani) prima della dichiarazione ufficiale di Kirchner sul default, si affrettarono a disfarsi di quei titoli che poco tempo prima avevano fruttato alti interessi. Questi furono “generosamente” collocati a tanti piccoli risparmiatori che si sono ritrovati poco dopo con un bel mucchio di carta da incorniciare.

Oggi comunque Kirchner riposa in pace e i fiori sulla sua tomba li portano gli argentini.

22 novembre 201

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