lunedì 22 novembre 2010

CHI PORTERA’ I FIORI A KIRCHNER?

Qualche settimana fa è morto improvvisamente per un infarto Néstor kirchner ex -presidente argentino e futuro candidato alle elezioni dell’anno prossimo.

Nonostante si tratti della morte di un ex Capo di Stato, immagino tuttavia che sulla sua tomba, non sarà mai posato un fiore di qualche uomo d’affari.

Il motivo è molto semplice. Kichner salito alla presidenza del suo paese nel 2003, si trovò a dover gestire una situazione a dir poco catastrofica.

L’Argentina fino al 2001, data del suo storico tracollo economico, era stato un paese dell’America Latina votato più di ogni altro, al modello neoliberista. La conseguenza più immediata di ciò, fu una serie di politiche economiche volte a far crollare rapidamente le barriere commerciali e finanziarie, a privatizzare buona parte delle imprese pubbliche e non ultima, in una chiave di globalizzazione e di efficienza economica, l’ancoraggio del pesos al dollaro.

Ovviamente tutte queste misure furono fatte con il benestare del Fondo Monetario Internazionale che vide di buon grado anche la “dollarizzazione” di quella economia.
Con l’inizio del nuovo millennio però queste “brillanti” politiche economiche mostrarono l’altra faccia della medaglia. Ovvero un paese in bancarotta con un debito vicino ai 100 miliardi di dollari, una disoccupazione del 21,5% e il 53% degli argentini al di sotto della soglia di povertà.

E’ In questo scenario non certo idilliaco che fa la sua comparsa Kirchner. Con la presa del potere il neo-presidente si trovò nella delicatissima posizione di chi doveva scegliere fra il dare priorità nel saldare i creditori o concentrarsi sulla ripresa economica del suo paese. In due parole o il debito o la rinascita.
Kirchner optò per una via di mezzo dicendo ai creditori dei titoli argentini che questi ultimi sarebbero stati rimborsati solo con un forte sconto sul loro valore.

I molti possessori di quei titoli a quel punto fecero la voce grossa e invocarono anche l’intervento del FMI. Nonostante ciò, Kirchner fu perentorio ribadendo che quella era l’unica possibilità rimasta ai creditori. Lui infatti per pagare i debiti non avrebbe tassato ulteriormente gli argentini che versavano in una povertà assoluta. Oltretutto invitò i creditori a visitare con i loro occhi i quartieri poveri del paese.

Di fronte a questa determinazione l’unica cosa di buon senso da fare fu cedere alle sue condizioni.
Oggi tutti sanno come è andata a finire. Molti istituti finanziari internazionali (tra cui anche italiani) prima della dichiarazione ufficiale di Kirchner sul default, si affrettarono a disfarsi di quei titoli che poco tempo prima avevano fruttato alti interessi. Questi furono “generosamente” collocati a tanti piccoli risparmiatori che si sono ritrovati poco dopo con un bel mucchio di carta da incorniciare.

Oggi comunque Kirchner riposa in pace e i fiori sulla sua tomba li portano gli argentini.

22 novembre 201

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martedì 26 ottobre 2010

L’ULTIMA SPIAGGIA: L’ABBANDONO DELLA MONETA EUROPEA

La deflagrazione della crisi finanziaria che ha colpito le economie occidentali si sta dimostrando sempre più seria e impetuosa. Nonostante le banche centrali abbiano quasi incessantemente operato interventi di quantitative easing (cioè la creazione di denaro per acquistare direttamente i titoli di stato) per aiutare i governi in difficoltà, purtroppo questa cascata di moneta fresca non ha generato apprezzabili cambiamenti nella massa monetaria.


Questo perché, il nuovo denaro, invece di essere messo in circolazione per ossigenare l’intero sistema, è andato a finire principalmente all’interno dei bilanci delle banche in difficoltà al fine di risanarli.

All’orizzonte a questo punto sembra affacciarsi una forte deflazione che potrebbe essere veramente molto pesante visto l’imperativo dettato dall’UE di ristrutturare i bilanci e tagliare la spesa pubblica degli Stati.

L’unico modo forse per venirne fuori da questo stallo economico, come ha fatto notare anche lo stesso Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, è quello di immaginare un nuovo scenario che, per quanto sconcertante, può dare il via ad una effettiva ripresa.

Il nuovo scenario al quale allude Stiglitz è la fine del sistema monetario europeo così com’è oggi per essere ripensato senza la Germania la quale, tirandosi fuori dalla moneta unica, consentirebbe all’euro di svalutarsi e darebbe d’un colpo la possibilità agli altri paesi di tornare a crescere.

Il marcato squilibrio delle economie di molti di loro non consente infatti al momento di vedere soluzioni differenti da quelle ipotizzate dal premio Nobel. Purtroppo se non si dovessero attivare misure così drastiche, il perdurare di un alto valore dell’euro porterà prima o poi di sicuro qualche paese al collasso generale.

Certo per molti sembra quasi assurdo pensare di poter abbandonare la moneta unica così fortemente voluta e sostenuta con certezza per tanto tempo ma, in un quadro economico di recessione come quello che si va delineando, la riduzione della spesa pubblica e la pressione fiscale rischia di agire pesantemente sull’economia reale abbattendo fortemente i consumi.

Siamo in sostanza nella situazione “della trappola della liquidità” già ipotizzata negli anni ’30 dal famoso economista inglese John Maynard Keynes nella quale non è più possibile abbassare i tassi di interesse per svalutare la moneta e quindi l’ultima spiaggia per farlo con l’euro potrebbe essere quella di rinunciare alla Germania.

D’altra parte come è stato fatto notare in più occasioni dagli economisti, la moneta unica non rispecchia più in maniera coerente l’intera Europa. Per capirlo basta riflettere su come molte delle economie dei vari paesi dell’unione viaggiassero già da molto tempo a ritmi e a velocità differenti.

Questo ha provocato uno squilibrio strutturale che inevitabilmente oggi presenta il conto.

Se pensiamo ad esempio alla Germania che è il pezzo forte (in termini economici) dell’UE, vediamo che la stessa si appresta a chiudere l’anno, secondo una stima del FMI, con una crescita del +3,3%.

Si tratta del tasso di crescita più elevato dai tempi della sua riunificazione. Nel quadro macroeconomico generale è di certo un bel risultato. Mentre altri paesi come l’Irlanda e la Spagna, rischiano seriamente e ormai apertamente di precipitare nell’abisso.

Una svalutazione dell’euro per questi paesi è quindi l’unica possibilità che hanno per rilanciare in una chiave inflazionistica le loro economie e ricominciare a crescere.

Infatti, come è stato opportunamente fatto osservare, in questa ingarbugliata situazione economico-finanziaria forse per l’UE è meglio che si svaluti l’euro che far rimpiangere e magari far rispolverare vecchie monete nazionali.


Milano, 24/10/2010

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domenica 3 ottobre 2010

LA MALEDIZIONE CINESE

“…Che tu possa vivere in tempi interessanti!” È una “raffinata” maledizione cinese che in questo momento storico sembrerebbe quasi essere rivolta a tutte le economie occidentali che stanno sprofondando in una fortissima crisi economica e sociale.

Vivere tempi interessanti, per i cinesi, significa attraversare un periodo di forte cambiamento nel quale tutti i punti di riferimento e le certezze acquisite crollano d’un colpo, mettendo così a dura prova la resistenza e la capacità di sopravvivere al drastico cambiamento.
Eppure, nonostante questa traumatica sensazione che molti purtroppo avvertono, questi periodi così tumultuosi per l’economia e la politica in generale, rappresentano forse più che una maledizione, una grande opportunità per tutte quelle coscienze in grado di togliere la maschera e i filtri al funzionamento di questo sistema economico per comprenderlo finalmente fino in fondo.

Quello che forse bisogna sapere per non farsi sopraffare è che quest’ultimo, ha creato un’allucinazione di scarsità della risorsa monetaria facendoci credere che la stessa sia limitata da fattori esterni all’economia e quindi generabile solo attraverso un meccanismo di indebitamento. Questo inganno strutturale e anti-scientifico purtroppo non solo genera conseguenze e sofferenze molto pesanti per le genti ma porta gli uomini a comportamenti assolutamente innaturali.

Questi “tempi interessanti” però oggi ci consentono di capire quell’importante legge, o costante, dell’economia reale secondo la quale, avallando e condividendo anche politicamente un modello economico basato su dati di comodo allo scopo di ricavarne un profitto a breve termine, prima o poi, quel modello provoca danni incalcolabili sulla collettività anche se, questi ultimi, si manifestano in tempi successivi e su soggetti diversi da chi li ha provocati.

La stessa globalizzazione voluta principalmente dalle oligarchie finanziarie e fatta passare come la nuova El Dorado, in realtà sta rendendo l’economia sempre più schizofrenica.

Per capirlo basta riflettere su cosa avviene al livello micro di ogni singola impresa e a livello macro di economia aggregata.

L’impresa se vuole rimanere sul mercato dovrà necessariamente tagliare i costi e sacrificare sull’altare della competitività: l’occupazione, la salvaguardia dell’ambiente, la salute etc.. A livello macro invece, occupazione ed ecosostenibilità dell’ambiente assurgono a valori da difendere e da perseguire con opportune politiche economiche.

In tutta questa follia globale, le nostre economie si svuotano sempre più della loro capacità produttiva per trasferirla nei paesi dell’est e scoprire poi che, quegli stessi prodotti una volta resi “competitivi”, saranno venduti nei nostri stessi paesi che nel frattempo hanno perso buona parte del loro potere d’acquisto. Intanto la Cina con la sua moneta sovrana, cresce a ritmi vertiginosi e fa shopping di asset in ogni angolo del mondo non curandosi del fatto che quei paesi, ormai svuotati della maggior parte delle loro aziende migliori e per il fatto di doversi pagare la propria moneta, sono costretti a muoversi come le lumache sperando in una possibile ripresa di pochi punti percentuali.

Allora forse è il caso di riflettere seriamente (ma la politica e il corpo mediatico che la sostiene riuscirà a farlo?) su concetti come moneta, profitto, lavoro e tecnologia affinché si possa continuare a parlare di imprenditorialità, di creatività, di innovazione, di sviluppo e forse di un futuro per le nuove generazioni.

Se ciò sarà possibile, a quel punto saremmo passati dalla miope visione “tolemaica” dell’economia a vantaggio di pochi a quella “copernicana” a vantaggio di molti e avremmo trovato certamente l’antidoto contro ogni possibile anatema che ci consentirà di vivere serenamente ”… in tempi interessanti”.


Milano 23.09.2010

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sabato 2 ottobre 2010

E' POSSIBILE DIFENDERSI DAL CALDO DELLA CRISI?

Oltre al caldo meteorologico, quest’anno i mesi estivi rischiano di essere seriamente anche surriscaldati da una crisi mondiale che tarda ad allontanarsi dalle nostre già duramente provate economie.

Tutte le borse internazionali alternano giornate di cauto ottimismo a più sconfortanti e frequenti ribassi dei loro valori mobiliari. Ciò significa che nonostante la politica continui a gettare acqua sul fuoco raccontando che all’orizzonte ormai si scorge il sole della ripresa, i mercati finanziari risaputamene più sensibili ai segnali economici, continuano ad essere ancora instabili.

A dire il vero, passato lo tsunami dei subprime e dopo l’apertura del paracadute pubblico per molti istituti bancari, l’economia mondiale e con essa quella europea, dovrebbe anche se lentamente a questo punto innescare la marcia della ripresa. Ma purtroppo non bisogna dimenticare che con la globalizzazione e la relativa apertura dei mercati dei capitali, gli stati sovrani si trovano, loro malgrado, sempre esposti a possibili e ciniche speculazioni che frenano il motore dello sviluppo generale.

Ma al di là della speculazione finanziaria sempre in agguato, la nostra Europa tarda a ripartire anche perché questa crisi, ha radici strutturali più profonde che vedono la maggior parte degli stati, (USA compresi) eccessivamente indebitati. Si tratta di una situazione quasi paradossale in quanto se da un lato è senz’altro importante attuare da parte dei governi politiche di rigore volte a ridimensionare la loro esposizione debitoria, che per alcuni stati è già molto preoccupante, dall’altro è altrettanto necessario evitare che queste politiche non si trasformino in un pesante boomerang che, nell’ottica di una riduzione della spesa pubblica, comprima ancora di più reddito e potere d’acquisto delle famiglie frenando la già debole ripresa in atto.
A questo quadro così complesso, si unisce poi anche una Cina che continua a fare al mondo una concorrenza qualitativamente squilibrata. I cinesi infatti non sembrano mostrare segni di voler contenere le loro esportazioni rivalutando la loro valuta in una logica di cooperazione internazionale che si prefigga una crescita equa e sostenibile per tutti.

In questo momento per l’Europa, una spinta importante alla ripresa potrebbe senza dubbio arrivare dall’industria turistica di cui detiene indiscussa il primato. Infatti come ha più volte sottolineato l’Organizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite, il vecchio continente rappresenta la meta turistica mondiale per eccellenza e, nonostante la concorrenza di altre regioni del mondo che con la globalizzazione dei mercati cercano di ampliare la propria influenza, è destinata a mantenere anche nel prossimo futuro una posizione di primato (si stima infatti che gli arrivi internazionali tra il 2007-2020 aumenteranno ancora a 717 milioni di unità).

Tuttavia, queste potenzialità possono svilupparsi realmente solo a patto che l’industria turistica riesca a rimanere assolutamente competitiva. Ciò è possibile se tutte le forze in campo (UE, Governi nazionali, amministrazioni locali, operatori finanziari e operatori turistici) riescono a lavorare da subito su obiettivi condivisi in grado di:

· Sostenere la domanda turistica
· Stimolare l’innovazione e l’imprenditorialità;
· Combinare le risorse disponibili in modo efficace;
· Assicurare che lo sviluppo turistico sia sostenibile;
· Fornire “ossigeno” all’industria.

Si tratta di punti di importanza strategica che non hanno una gerarchia prioritaria anche se alcuni possono sicuramente avere un effetto più immediato.
Riguardo al sostegno della domanda turistica è ad esempio improcastinabile creare un marchio Europa che attraverso un programma specifico di marketing possa far emergere i suoi valori e i suoi fattori critici di successo fatti di diversità, cultura, qualità, storia consentendo una netta differenziazione dalle altre mete mondiali.

E’ necessario migliorare le condizioni di viaggio al fine di rendere l’esperienza della vacanza più comoda e gradevole (quindi minori tempi di attesa negli aeroporti, registrazione di visti, collegamenti dei vari modi di trasporto, migliore accessibilità alle attrazioni, etc). Non meno importante è inoltre il rendere uniformi i vari sistemi di valutazione della qualità che consentiranno una maggiore fiducia nei consumatori del prodotto turistico europeo.

In un contesto globalizzato l’innovazione e l’imprenditorialità possono essere favorite attraverso un miglioramento della conoscenza da parte degli operatori turistici dei mercati e dalla disponibilità di dati adeguati volti a individuare opportunità di business, di cambiamento degli scenari o di evoluzione dei consumatori. Bisogna anche iniziare una seria collaborazione fra gli enti di formazione e gli operatori turistici al fine di sviluppare sempre maggiori e qualitativamente migliori competenze da mettere a disposizione di un comparto che mai come in questo momento di forte cambiamento, necessita di professionalità di alto livello con capacità organizzative e creative.

Inoltre è strategico, soprattutto per le PMI, la collaborazione fra operatori privati finalizzata a sviluppare nel cliente un’esperienza globale in un’ottica di catena del valore condivisa. Ma indispensabile è anche la collaborazione del settore pubblico che dovrà necessariamente fare sistema con quello privato partendo dalla consapevolezza che solo così si può vincere la sfida che la globalizzazione ha lanciato su vasta scala.

Infine per una seria e veloce exit-strategy sono vitali tutta una serie di azioni di stimolo che attraverso mezzi di tipo regolamentare, fiscale e finanziario consentano alle imprese turistiche di intraprendere un cammino virtuoso di sostenibilità nelle attività di ogni giorno evitando sprechi e inefficienze. A livello europeo esistono già oltretutto vari fondi che possono essere utilizzati dall’industria turistica per migliorare la propria competitività. L’accesso a forme di finanziamento rimane infatti un ruolo cruciale soprattutto per le PMI.

In questa situazione di difficoltà economica diffusa si sa che le istituzioni finanziarie sono avverse al rischio e, proprio per questo, forse le autorità governative dei vari paesi europei dovrebbero seriamente e urgentemente farsi carico di questo problema sviluppando misure di sostegno finanziario alle imprese turistiche che possano dare lo slancio per ripartire.

Insomma con un pizzico di buona volontà da parte delle istituzioni e un piccolo sforzo di fiducia da parte degli operatori potremo sicuramente superare al meglio questo periodo di “temperature elevate” per goderci successivamente un’aria più “fresca” e sicuramente più “salubre”.


Milano 3 luglio 2010

Pubblicato sulla rivista nazionale HOTEL DOMANI  n.8 Settembre 2010





venerdì 11 giugno 2010

LE MONETE COMPLEMENTARI A DIFESA DELLE ECONOMIE LOCALI



La trasmissione Report di Rai tre del 30.05.2010, nello spazio dedicato alle Goodnews, ha trattato un argomento molto delicato in materia economica raccontando un’esperienza svizzera di alcuni imprenditori che, per riprendersi in mano il loro futuro e quello delle loro economie locali, hanno messo in piedi un sistema di moneta complementare sperimentando così una vecchia teoria di 80 anni fa dell’economista tedesco Silvio Gesell sulla moneta a tasso negativo.

Tale moneta complementare, parallelamente alla circolazione del franco svizzero, di cui convenzionalmente ne prende lo stesso valore, serve a recuperare potere d’acquisto e a rilanciare lavoro e benessere all’interno delle comunità che hanno deciso di adottarla. Da questo esperimento è nata così anche una nuova Banca (Wir Bank) che, attraverso un sistema di compensazione, facilita gli scambi fra gli imprenditori aderenti al circuito.

I realtà quello svizzero è uno dei tanti esempi di monete complementari adottate in molte parti del mondo già da diversi anni.
Infatti, una volta compresa la funzione vera della moneta è cioè quella di facilitare gli scambi fra i vari comparti dell’economia (agricoltura, industria e servizi) e assodato che essa può essere emessa dal nulla creando valore, (praticamente quando noi paghiamo con denaro, la nostra banconota o impulso elettronico, rappresenta la quantità di lavoro o energia spesa in precedenza per ottenerla) rimane da risolvere il problema di fondo di evitare che questo valore, sia creato ad esclusivo beneficio del sistema bancario.

Quest’ultimo infatti, utilizzandolo per erogare prestiti a interesse, si rende particolarmente adatto a destabilizzare l’intero sistema economico. Questo meccanismo perverso alla lunga si scolla completamente dall’economia reale (vedi la presente crisi economica) costringendo imprese e lavoratori a pesanti e lunghi sacrifici.

Le monete complementari, è bene chiarirlo, non hanno ovviamente nessun corso legale ma acquistano valore semplicemente all’interno della comunità che le adotta per i suoi traffici commerciali. Una sorta di “sconto che cammina”.
In questo modo molte comunità hanno salvaguardato il potere d’acquisto derivante dai loro redditi in euro potendo spendere moneta complementare su determinati beni e/o servizi prodotti localmente.

Numerosi sindaci, comprendendo l’utilità di questo sistema e sfidando coraggiosamente lo scetticismo iniziale di molte persone, da tempo sperimentano con successo anche in Italia soluzioni monetarie complementari a tutto vantaggio delle comunità che amministrano.

Ma molti altri esempi di questo genere si possono trovare anche in America del Nord, in Argentina, in Brasile, in Africa, in Venezuela, in Danimarca, in Germania, in Francia, in Austria e in Gran Bretagna.

Certamente nell’attuale sistema macroeconomico le monete complementari non sono la panacea al collasso generale, tuttavia esse consentono di limitare i danni derivanti dall’inflazione e fungere da valido “ammortizzatore sociale”.

In effetti come hanno già notato diversi e attenti studiosi di problematiche economiche e sociali, oggi l’economia globale si trova ad un punto tale di indebitamento esponenziale che i rimedi a questa grande piaga forse sono solo quelli da sempre noti nella storia dell’uomo e cioè:
- un anno sabbatico che come nella tradizione ebraica condoni i debiti e liberi le attività umane da queste catene,
- una guerra che cancelli l’attuale ciclo economico per poterlo riavviare ex-novo subito dopo,
- una profonda e drammatica crisi economica che riporti il sistema in una situazione di tollerabilità.

Personalmente sono scettico sulla prima soluzione, spero vivamente per il bene dell’umanità che non si verifichi mai più la seconda e mi auguro semplicemente che con il tempo l’uomo possa prendere consapevolezza di questo immenso problema e possa ripartire con un nuovo e possibile modello economico che oltre a rilanciare sviluppo e benessere sia anche l’inizio di una rinnovata dimensione umana.

Milano 9 giugno 2010

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domenica 23 maggio 2010

L'unità d'Italia e la "sovranità" a mezz'asta


Nel 2011 l’unità d’Italia compirà 150 anni e per festeggiare e commemorare adeguatamente questo anniversario, un comitato organizzatore, sta già lavorando ad un intenso programma di eventi e di mostre.

Nonostante ciò, per molti, questi festeggiamenti saranno l’ennesima occasione per criticare la storia risorgimentale e l’”inganno ideologico” con il quale si è voluto unificare il paese.

Certamente chi ha avuto la curiosità e il tempo di approfondire meglio le vicende di quegli anni, si sarà accorto probabilmente come la storia appresa sui libri, spesso sia raccontata in maniera parziale omettendo tante verità che, se rese note, forse getterebbero qualche serio dubbio su molti venerati eroi della nostra storia.

Tuttavia, a distanza di 150 anni, indipendentemente da quello che si pensi su Garibaldi, sui Savoia, sul Regno delle Due Sicilie, sul brigantaggio, sugli interessi dell’Inghilterra e della Francia, quel che conta è che questo paese nel bene o nel male, rappresenta ormai una nazione ben identificata da un popolo, una lingua, un territorio e, fino a qualche anno fa, anche da una moneta.

Dopo aver comunque superato periodi difficilissimi (quali due guerre mondiali, periodi di sfrenata corruzione e di totalitarismo) che misero a dura prova il paese, l’Italia si è saputa rinnovare trovando lo slancio per una moderna Carta Costituzionale che, se fosse stata attuata in ogni sua parte, forse avrebbe già sedato sul nascere tante critiche sulla sua dubbia storia risorgimentale.

Purtroppo però strada facendo questo paese, a parte gli anni di forte sviluppo vissuti grazie alla ricostruzione del dopoguerra, ha avuto un costante e sistematico declino che ha reso la maggioranza dei suoi cittadini più disincantata verso discorsi di unità nazionale e identità sociale.

Tanto per fare un esempio concreto, la nostra carta costituzionale all’art. 1 recita che il paese è una repubblica fondata sul lavoro.

Purtroppo questo articolo dal nobile principio, oggi potrebbe tranquillamente essere scritto in questa maniera:

“L’Italia è una repubblica di banche fondata sul debito dei contribuenti che fortunatamente ancora lavorano e continuano a pagare tasse esorbitanti, su aste finanziarie, su speculazioni statali e sugli interessi della finanza”

L’art.2 invece che recita che la sovranità appartiene al popolo e che la stessa viene esercitata nelle forme e nei limiti della costituzione, potrebbe tranquillamente essere riscritto in questo modo:

“La Sovranità appartiene apparentemente al popolo che in realtà non la esercita in concreto visti i numerosi limiti e ostacoli che continuamente è costretto ad affrontare.”

A questo punto cercherò di spiegare meglio, per quanto ne sia capace, il perché di quanto detto, con la speranza di non annoiare il lettore e di far passare qualche concetto a mio parere interessante.

Partiamo dall’art.1. Se effettivamente il nostro paese fosse una Repubblica fondata sul lavoro, l’economia sarebbe intesa principalmente come economia reale ossia un’economia fatta di lavoro e produzione di beni e servizi utili alla collettività. Questo significa che la politica dovrebbe avere il ruolo fondamentale di veicolare risorse e sforzi principalmente verso questo importante obiettivo sociale che, oltre a creare benessere per i suoi amministrati, creerebbe contemporaneamente i presupposti fondamentali per una forte coesione sociale che ad oggi invece, sembra essere sempre più sfilacciata rendendo futile e inutile per molti festeggiare l’unione del paese.

Se questo quindi fosse l’obiettivo principale dell’azione politica sull’economia, la finanza a quel punto avrebbe un ruolo altrettanto importante ma sempre e comunque di supporto allo sviluppo dell’economia reale.

Anche le banche avrebbero l’opportunità di rivalutare il loro ruolo proponendosi attraverso una nuova e vera funzione sociale che certamente le riaccrediterebbe agli occhi dell’intero paese. Infatti, se si passasse dall’attuale finalità speculativa predatoria a quella di supporto agli investimenti produttivi del paese, esse sarebbero certamente veicolatrici di sano sviluppo e con tutta probabilità non assisteremmo più a continue e sistematiche frodi ai danni dei risparmiatori (vedi bond argentini, Parmalat, Cirio, subprime etc.).

Con riferimento all’art. 2 della costituzione riguardante la sovranità del popolo, bisogna purtroppo ammettere anche qui che si tratta di una mera apparenza in quanto, uno dei presupposti fondamentali di uno stato sovrano, è quello di essere proprietario della propria moneta.

Oggi quest’ultima per confutabili motivi legati all’economia dei mercati finanziari, viene emessa attraverso un meccanismo di indebitamento che ha come folle conseguenza, quella di indebitare sempre più il paese con il rischio di bancarotta dello stesso (vedi Grecia) e con la costante perdita di competitività legata al sistematico aumento della pressione fiscale.

Come se non bastasse, questa mancanza di sovranità monetaria finalizzata all’economia reale è diventata ancora più difficile da attuare perché, appartenendo l’Italia ai paesi dell’euro, non solo non può permettersi più di svalutare la valuta per dare competitività alle esportazioni ma, la rende assolutamente dipendente dalle politiche monetarie attuate dalla Banca Centrale Europea, un organismo sovranazionale che, senza un referendum democratico, ha acquisito la sovranità monetaria degli stati aderenti semplicemente a mezzo di un trattato fatto fra governanti pro tempore.

Prima di andare avanti nel ragionamento, vorrei a scanso di equivoci, sbarazzarmi di un pregiudizio che certamente molti in questi casi, sono soliti avere in modo quanto meno superficiale, tacciando tutti coloro che criticano qualcosa dell’unione come euroscettici .
Qui non si discute della bontà dell’unione e la cooperazione degli stati ma di prerogative fondamentali che dovrebbero appartenere ad uno stato nazione in quanto tale.

L’euro per quanto molti credano che sia stato solo un toccasana, visto lo squilibrio di efficienza fra molti paesi europei, ha di fatto favorito sostanzialmente quei paesi forti come la Germania e la Francia che hanno avuto la meglio anche sulla competitività del nostro paese.
Inoltre in questi giorni si parla di imporre a livello europeo dei massimali entro cui dovranno necessariamente restare i debiti degli stati appartenenti all’unione.
Se questo dovesse avverarsi, a quel punto la nostra sovranità di stato nazione, di fatto scomparirà facendoci diventare sempre più una regione europea governata da una burocrazia senza alcuna legittimità popolare.

Inoltre le direttive che arriverebbero dall’Europa, sarebbero sempre più finalizzate a tagliare la spesa pubblica e ad abbassare il debito pubblico.

Ciò sarà possibile solo attraverso tagli di spesa e maggiore pressione fiscale che probabilmente la nostra classe politica non disdegnerà di fare fatte salve talune attività che, pur essendo assolutamente improduttive e che andrebbero per questo colpite per prime, sono invece funzionali al mantenimento della “casta”.

Continuando così, non solo il popolo italiano sarà sempre più impoverito e asservito a burocrati e speculatori, ma sarà sempre meno fiero e disponibile a festeggiare qualsiasi anniversario della sua unità.

Milano 21 maggio 2010

Alberto Cacciatore

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martedì 4 maggio 2010

Obama ed il sogno americano

Per molte generazioni e fino ad alcuni anni fa, si sentiva spesso parlare del “sogno americano”; un mito che ha caratterizzato la vita di tanti cittadini d’America (leggi USA) e un modello di vita al quale molti altri cittadini di diversi paesi del mondo si sono appassionatamente ispirati.

Grazie a questa utopia che ha fatto coincidere la libertà dell’individuo con l’accumulo proprietario di beni, gli americani hanno spinto per anni sull’acceleratore dello sviluppo economico sacrificando, sull’altare del “benessere materiale”, tutto ciò che era contrario al libero mercato, all’arricchimento individuale e agli interessi privati (1).
In questa idilliaca visione del mondo, ogni attività o iniziativa statale rivolta al sociale, è stata sistematicamente percepita dalla maggior parte dei cittadini come un’ingerenza inopportuna e limitante di quel sogno.

Oggi però sta accadendo una cosa nuova, quella cieca fiducia nella crescita economica illimitata, sembra stia definitivamente tramontando. Ormai anche gli americani, nonostante continuino a lavorare incessantemente e ad avere sempre meno tempo per una vita che non consideri solo il lavoro, si stanno rendendo conto che i loro salari non crescono più e che il futuro non sarà più così roseo come una volta.

E’ di questi giorni l’approvazione di una legge sulla sanità fortemente voluta dal presidente Obama che allarga le cure mediche a molti cittadini non coperti da assicurazione. Qualche anno fa questa sarebbe stata una pura follia ma invece oggi sembra avere il sapore di una giusta solidarietà umana non certo spacciabile dai suoi detrattori come una politica di stampo comunista.

Ma, il presidente americano sembra stia osando qualcosa di più importante e sconvolgente non riuscita neanche a molti altri suoi autorevoli predecessori riformisti (Jefferson, Jackson, Lincoln, Kennedy). Sembra stia puntando il dito sul mondo dell’alta finanza esortandolo a darsi delle nuove regole che possano scongiurare altre devastanti crisi nel tentativo di rinvigorire quel sogno americano. Ma quali regole potranno mai essere adottate se la base del sistema è fondata sul debito infinito? La sua inevitabile e perpetua crescita esponenziale poggia su una base logico-matematica che non può essere assolutamente corretta con nessuna buona gestione dell’economia pubblica e privata2. Questo pur essendo un argomento certamente noto ai politici più navigati, purtroppo non è mai neanche sfiorato nei loro dibattiti.

Per questo, probabilmente, per fronteggiare la crisi, si farà come al solito ricorso ad “un’elegante fuga dalla realtà” come l’aveva definita a 90 anni Galbraith nel suo libro “L’Economia della truffa - 2004”, utilizzando quelle che spesso vengono considerate tra le più giuste ed apprezzate iniziative economiche della Federal Reserve (iniziative peraltro intraprese da tutte le banche centrali dei paesi con le stesse caratteristiche dell’economia americana) che, in periodi di recessione sarà propensa ad abbassare il prezzo del denaro (tasso d’interesse) invitando il resto del sistema bancario a fare altrettanto, con la speranza che gli imprenditori siano invogliati a comprarlo (e quindi ad indebitarsi) ed a investirlo nelle loro attività e le famiglie, a indebitarsi con nuovi mutui. Poi quando l’economia sarà cresciuta (stiamo sempre ragionando nel campo delle idee meccanicistiche dell’economia), per scongiurare l’inflazione si tornerà a tassi d’interesse più alti per fermare l’ondata espansiva.

In tutta questa attività dalla parvenza quanto mai logica ed oculata, entra anche il bilancio dello Stato che per finanziare altra spesa pubblica o metterà in vendita parte del suo patrimonio oppure dovrà necessariamente chiedere i soldi in prestito al sistema della Riserva Federale (che ricordiamolo, appartiene ad una élite di circa 20 banche private) che, per averli indietro, con gli interessi, costringerà di fatto lo Stato a imporre nuove tasse e imposte ai suoi contribuenti, in un circolo vizioso di sottrazione costante di potere d’acquisto.

E in questa situazione surreale dove nel frattempo il debito cresce insieme alla povertà di buona parte dei cittadini, succederà poi che gli imprenditori, per eludere le maggiori imposte, tenderanno ad aumentare i prezzi dei loro prodotti/servizi, generando un’inflazione che, paradossalmente, non dipende da una maggiore domanda in quanto, i consumi, non possono essere sostenuti a causa della scarsità del denaro in circolazione (la cd. stagflazione).

Pur nella sua massima semplificazione, se questo è il sistema di base dal quale Obama vorrà partire per fare le tanto decantate riforme della finanza, sarà difficile pensare che esse non siano l’ennesimo palliativo fino al prossimo disastro. Forse a questo punto sarebbe il caso di pensare seriamente ad un’altra Bretton Woods che, andando a disciplinare il sistema monetario internazionale affrontasse seriamente il problema del debito, unico e solo grande colpevole di ogni “sventura aggregata”. In questo la politica gioca un ruolo assolutamente prioritario.

Ma ad onor del vero, bisogna anche dire che alcuni dei presidenti del passato sopra citati ci avevano già provato a sfidare apertamente questo grande potere, peccato però che la vita li abbia lasciati prematuramente.

Milano 28 aprile 2010
Alberto Cacciatore

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Bibliografia

1 Jeremy Rifkin, “Il sogno europeo”- Arnoldo Mondatori Editore S.p.A. Milano 2004

2 Marco della Luna & Antonio Miclavez, “Euroschiavi” 3a Ediz. Arianna Editrice Casalecchio (BO) 2007